SBULLONIAMOCI! CONOSCERE IL CYBERBULLISMO PER COMBATTERLO

Area Neuropsicologia e Salute Mentale-Associazione Logos Famiglia e Minori

SBULLONIAMOCI! CONOSCERE IL CYBERBULLISMO PER COMBATTERLO

Bullismo o cyberbullismo? 

Il termine “mobbing” è stato usato per la prima volta da Olweus per descrivere atti di aggressione intenzionale a opera di uno o più individui contro un altro considerato più debole o contro un intero gruppo (Olweus, 1993). Secondo Olweus il “mobbing si verifica quando una persona viene esposta ripetutamente ad azioni offensive condotte da uno o più studenti”; una definizione simile viene data da Roland che descrive il fenomeno come “un comportamento sistematico e protratto nel tempo di violenza psicologica o fisica ai danni di un individuo incapace di difendersi” (Besag, 1989). Il comportamento di bullismo è definito da tre caratteristiche ovvero l’intento di danneggiare la vittima, lo squilibrio di potere sociale e fisico tra bullo e vittima, la ripetizione dell’atto di bullismo. Il bullismo, come insieme di azioni fisiche, verbali e relazionali che ha alla base l’ostilità, causa distress nella vittima e risulta essere ripetitivo. 

Nel 2001 Marc Prensky definisce le nuove generazioni con l’espressione “nativi digitali” abituati all’esercizio della funzione multitasking, all’istantaneità degli ipertesti e a una connettività illimitata e l’anno successivo ecco che un nuovo fenomeno comincia ad attirare l’attenzione di genitori, insegnanti, educatori e media: il cyberbullismo. Il termine cyberbullismo è stato coniato da Bill Belsey nel 2002 e viene definito come “aggressione intenzionale e reiterata inflitta tramite un testo elettronico” (Patchin e Hinduja, 2006). Alcuni autori descrivono il cyberbullismo nel seguente modo: “atto aggressivo intenzionalmente compiuto da un gruppo o da un singolo individuo che utilizza, ripetutamente, forme elettroniche di comunicazione ai danni di una vittima che non può difendersi”. Anche se condivide con il normale bullismo l’aspetto relativo alla ripetitività dell’azione, esso viene perpetrato in modo diverso e cioè tramite e-mail, sms e in generale messaggi scritti tant’è che Smith e collaboratori (2008) hanno incluso tra le forme di cyberbullismo anche gli abusi verbali avvenuti tramite cellulare. 

Cosi Willard (2006) ha proposto una tassonomia del fenomeno centrata sul tipo di azione e di comportamento perpetrato:

  • Flaming: messaggi violenti e volgari che mirano a suscitare contrasti e battaglie verbali nei forum;
  • Harassment (Molestie): l’invio ripetuto di messaggi offensivi e sgradevoli;
  • Denigration (Denigrazione): insultare o diffamare qualcuno online attraverso dicerie, pettegolezzi e menzogne, solitamente di tipo offensivo e crudele, volte a danneggiare la reputazione di una persona e i suoi rapporti;
  • Impersonation (furto d’identità): in questo caso l’aggressore ottiene le informazioni personali e i dati di accesso (nick, password, ecc.) di un account della vittima, con lo scopo di prenderne possesso e danneggiarne la reputazione;
  • Outing and Trickering: diffondere online i segreti di qualcuno, immagini personali; spingere una persona, attraverso l’inganno, a rivelare informazioni riservate per renderle poi pubbliche in rete;
  • Exclusion (Esclusione): escludere intenzionalmente qualcuno/a da un gruppo online (chat, liste di amici, forum tematici, ecc.);
  • Cyberstalking: invio ripetuto di messaggi intimidatori contenenti minacce e offese.

Al di là di una semplice categorizzazione del fenomeno di cyberbullismo, è opportuno cercare di capire le dinamiche psicologiche legate al fenomeno stesso. 

Conseguenze psicologiche del cyberbullismo

Da varie indagini è stato dimostrato che i cyberbulli spesso non sono capaci di comprendere l’effetto delle proprie azioni e le conseguenze sulla vittima. Questo “disimpegno morale”, accompagnato dall’anonimato delle proprie azioni online, amplifica l’aggressività del bullo e nello stesso tempo determina che “l’aggressore sia coinvolto in processi di decolpevolizzazione che mistificano l’atto aggressivo”, mentre la vittima sperimenta “la perdita del vissuto relativo al proprio corpo e al contatto in vivo con il corpo dell’altro” (Genta, Brighi, Guarini, 2009). Infatti, ogni qualvolta il materiale oggetto di queste violenze finisce in rete, è difficile che venga rimosso o cancellato e questo fa sì che la vittima si senta ancora più impotente, rinforzando lo sbilanciamento di potere tra bullo e vittima, elemento tipico del bullismo tradizionale.  Diverse ricerche mostrano come le vittime di bullismo tradizionale abbiano una più alta probabilità di diventare vittime di cyberbullismo, rispetto ai coetanei che non subiscono questo tipo di violenze (Raskauskas e Stoltz, 2007). Nel caso specifico del cyberbullismo assistiamo alla presenza di varie figure come gli “spettatori”, i cosiddetti bystanders, che osservano il fenomeno ma non intervengono a favore della vittima e, condividendo il video o le foto sui social network, alimentano la portata della sua pericolosità, dando vita a un vero e proprio processo di vittimizzazione. 

L’impatto del cyberbullismo sulle vittime può variare a seconda della sua gravità e della frequenza. Le conseguenze comportamentali rilevate sono: un maggiore assenteismo a scuola e più basse prestazioni scolastiche (Katzer, et. al. 2009). A livello psicologico sono stati identificati effetti come la depressione (Didden et al, 2009), l’ansia sociale e una bassa stima di sé (Katzer et al, 2009) fino ad arrivare al suicidio. Inoltre è emersa una percentuale relativamente simile di studenti che sperimentavano sentimenti di frustrazione (33%) e rabbia (33,3%) nelle scuole elementari, medie e superiori e una percentuale superiore di studenti che sperimentavano sentimenti di tristezza nelle scuole elementari (33,3%), rispetto alle agli studenti delle altre scuole. Infine, diverse vittime di cyberbullismo potrebbero aver già manifestato in passato vulnerabilità preesistenti, come depressione, ansia sociale ed esclusione sociale che fungerebbero da fattori di rischio per il cyberbullismo aumentando la probabilità di essere poi bullizzati online.

Fattori di protezione dal cyberbullismo

Stabilire una buona comunicazione tra genitori e adolescenti, piuttosto che investire tempo e risorse su software di monitoraggio della navigazione online, è uno dei più importanti fattori protettivi in grado di arginare il fenomeno del cyberbullismo. Emerge la necessità di promuovere nei “nativi digitali” un uso consapevole dei nuovi media e di educarli alla cultura del rispetto dell’altro anche quando si interagisce online. È necessario, inoltre, promuovere un processo di responsabilizzazione che faccia comprendere ai nativi digitali le conseguenze delle proprie azioni anche quando sono commesse con la percezione di agire nell’anonimato.

Uno degli aspetti più difficili per un ragazzo coinvolto in un episodio di cyberbullismo, sia esso vittima o bullo, è quello di non poterne parlare con nessuno. Difficilmente l’adolescente chiede aiuto per affrontare la difficile situazione in cui si trova e ciò soprattutto perché percepisce il mondo degli adulti come molto lontano dalle nuove tecnologie, e quindi incapace di capirne i problemi. È quindi importante favorire lo sviluppo della comunicazione efficace tra genitori e figli, basato sull’ascolto attivo e sulla sospensione dei giudizi. È proprio attraverso la condivisione che i ragazzi imparano nuove strategie di coping, adottando un approccio critico al web e alle sue varie funzionalità.

Quindi la vicinanza della famiglia, il supporto dei gruppi di pari e l’ambiente scolastico oltre che caratteristiche personologiche sono fattori di protezione contro il cyberbullismo. 

Bibliografia 

Besag, V. E. (1989) “Bullies and victims in schools.”

Didden, R. e al. (2009) “Cyberbullying among students with intellectual and developmental disability in special education settings.” Developmental neurorehabilitation12(3), 146-151.

Genta, M. L., Brighi, A. e Guarini, A. (2013) “Cyberbullismo: ricerche e strategie d’intervento.” FrancoAngeli.

Katzer, C., Fetchenhauer, D. e Belschak, F. (2009) “Cyberbullying: Who are the victims? A comparison of victimization in Internet chatrooms and victimization in school.” Journal of Media Psychology21(1), 25-36.

Olweus, D. (1993) “Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono.”

Patchin, J. e Hinduja, S. (2006) “Bullies move beyond the schoolyard: a preliminary look at cyberbullying.” Youth violence and juvenile justice, 4 148-169

Raskauskas, J. e Stoltz, A. D. (2007) “Involvement in traditional and electronic bullying among adolescents.” Developmental Psychology, Vol 43(3), May 2007

Smith, P. K. e al. (2008) “An investigation into cyberbullying, its forms, awareness and impact and relationship between age and gender in cyberbullying.”

Area neuropsicologia e salute mentale

Centro Clinico Guzzino

Writer: Dott.ssa Francesca  Pia Laura Araneo